“Le parole fanno schifo. Voglio dire, tutto è gia’ stato detto.

Non ricordo l’ultima volta che ho avuto una vera conversazione.

Le parole non sono importanti come l’energia che viene dalla musica, soprattutto se dal vivo.          

 La musica è energia. Una sensazione, un’atmosfera. Sentimento.”


In quinta superiore il mio professore di Educazione Visiva mi assegnò un compito: creare una copertina del mio album di lavori che mi rappresentasse al 100%.

Non avevo dubbi, avevo già in mente come farla. Su quella copertina misi tutti i volti delle mie rockstar preferite, Jimi Hendrix, Patti Smith, Jim Morrison e, ovviamente, Kurt Cobain.    

Ero soddisfatta e mi piaceva tantissimo. Il professore mi diede un bel 4 e quando gli chiesi spiegazioni mi rispose: “la musica non è arte”.

Avevo 18 anni e ci rimasi malissimo, mi ricordo perfettamente la sensazione e i pensieri che mi passarono per la testa in quel momento. La musica era la mia vita, vivevo ascoltando musica e non c’era cosa che mi potesse rappresentare meglio.

In ogni caso gli anni sono passati e adesso che di anni ne ho 24, rimango di quest’idea e non solo credo fermamente che la musica sia arte, ma credo anche che tra tutte le arti sia la forma più pura.

Quando una persona si mette a fare musica, ha qualcosa da esprimere e spesso questo qualcosa è un mostro, che ti divora dentro e ti sconvolge a tal punto da portarti all’autodistruzione.

La cosa è ovviamente amplificata quando si tratta di geni vedi per esempio (e qui mi distacco un attimo dalla musica) l’orecchio di Van Gogh, l’impulso all’autodistruzione di Amedeo Modigliani o di Charles Baudelaire.

Dopo questa premessa arriviamo a Kurt Cobain, uno che sicuramente dell’autodistruzione ne ha fatto una religione, che nella sua breve vita ha avuto modo di portare i suoi mostri sul palcoscenico e di poter urlare il suo disagio esistenziale davanti al pubblico che in lui ha trovato un portavoce.

Convivere con l’autodistruzione non è semplice, soprattutto se poi questa è affiancata dal successo planetario.

Dal 1991 infatti, Kurt vive come una rockstar e diventa l’anti-eroe per eccellenza.

Grida capolavori come: “Smells Like Teen Spirit”, “In Bloom” oppure “Come As You Are”. Ma la consapevolezza di essere un prodotto dell’industria discografica e dei media lo scuote e così cade in depressione.

Cobain soffre sempre di più per le sue lotte interiori che poco alla volta non riesce più a combattere perchè sono diventate più grandi di lui.

Aumentano i crolli fisici e i tentativi di suicidio. Kurt è infelice, degenera sotto gli occhi del mondo intero e alla fine, precipita nella morte. Un’overdose d’eroina mette fine alla sua paura. Kurt si spara in bocca con il suo fucile.

Il 5 aprile 1994 ci lasciava uno dei più grandi artisti della storia del rock.                             

Il portavoce del grunge made in Seattle che con i Nirvana ha saputo rappresentare al meglio il disagio e l’apatia di un’intera generazione.

Kurt Cobain, un genio, una voce, un talento. 

 

 


 

Scritto da: 

Melanie Gemelli

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