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Pollio, all’anagrafe Fabrizio Pollio, è un cantautore milanese classe 1984, fondatore e frontman della band Io?Drama con la quale ha collezionato un successo dopo l’altro ed anche grazie alla quale è riuscito a maturare un percorso artistico e personale che lo ha portato alla realizzazione del primo album solista, “Humus”.


Giovedì 3 novembre è il giorno della presentazione al pubblico di “Humus” al Serraglio di Milano e noi abbiamo avuto l’opportunità di scambiare due chiacchiere con Fabrizio prima del live.

Pollio è un fiume in piena quando si tratta di parlare del proprio lavoro e di sé, ed anche questa volta non si smentisce. Volevamo ci parlasse del significato di Humus, inteso come percorso artistico e personale che ha portato alla realizzazione di questo primo lavoro solista:

« In Humus c’è un’idea di morte vivente che non ho mai affrontato in questo modo… in questo caso mi sono concentrato sulla fertilità della morte, la fine di qualcosa come parte della vita stessa, come qualcosa che finisce ma non necessariamente cessa di vivere e che ognuno elabora a modo proprio. Poi la parola humus ha due significati: il complesso delle sostanze organiche derivanti dalla decomposizione di residui vegetali e animali che costituisce la parte essenziale del terreno agrario, ed inoltre l’insieme dei fattori sociali, spirituali, culturali che favoriscono il sorgere di un’idea, la realizzazione di un’impresa. »

Dalle sue parole s’intuisce un forte trasporto emotivo nel raccontare “Humus”, segno che Pollio si conferma per ciò che è, ovvero un artista ed una persona capace di mettersi in gioco e mettersi a nudo, raccontando sempre sentimenti, emozioni e fatti che arrivano direttamente dal cuore e dalla propria esperienza personale. A tal proposito dice:

« Humus non è un concept, ma c’è tutta la mia vita, il dolore per la perdita di mio padre, il mio amore presente ed anche un amore finito, insomma, c’è tutto ciò che sono e tutto ciò che mi ha portato ad essere ciò che sono, quindi il mio humus. »

Anche se non si tratta di un concept album, ascoltando le nove tracce che compongono il disco possiamo facilmente intuire un percorso involontario, ma allo stesso tempo necessario. Ci soffermiamo in modo particolare sulla prima e sull’ultima canzone del disco:

« “Oggi è domenica” è una delle tre canzoni che ho scritto di getto in tutta la mia carriera. Ero in Sardegna, lo scorso anno, a cavallo tra ottobre e novembre insieme alla mia ragazza e quel sabato notte rimasi sveglio fin verso le 5 della mattina, davanti al camino, per via di alcune sensazioni strane che avvertivo, ma che non comprendevo. Mi sono ritrovato a fare delle considerazioni, pensai che le persone hanno bisogno di idolatrare, a me non interessa che idolatrino me, ma l’aspetto sacrale così inteso assume un’importanza rilevante anche nelle mie canzoni, nella mia musica. La canzone si apre con delle parole e dei versi che sono un riferimento alla lingua latina e all’Ultima Cena: “Bibite” in latino, tradotto in italiano diventa “bevete” come disse Cristo durante appunto l’Ultima Cena; “passami il sale” riferito a Giuda che rovescia il sale e quindi porta male; “è stato un anno lungo e masticando lento buttiamo giù di tutto perfino un lutto”… ma quale anno, quale lutto? Cose che ho compreso solo qualche tempo dopo, come una sorta di profezia” »

Così gli chiediamo di parlarci dell’ultimo brano del disco Angelus:

« Volevo che le tracce fossero nove e me ne mancava una, così ho composto Angelus che quindi è l’unico brano composto appositamente per il disco. Per una serie di circostanze ho pensato all’Angelus della domenica del primo maggio che è la centrale delle tre preghiere, il Perdono Universale, inoltre questo è l’anno del Giubileo. Sono italiano ed il linguaggio cattolico fa parte del mio humus, così ho voluto usarlo come se fosse un qualsiasi altro strumento. »

Per tornare al discorso del percorso aggiunge:

« E’ una sorta di scaletta temporale in cui si parte dalla mattina quando s’inizia a preparare un pranzo per arrivare al mezzogiorno dopo l’Angelus quando generalmente si va a mangiare; nonostante i temi trattati possano ingannare, si tratta di un album decisamente più solare e diurno di quelli prodotti in precedenza. »

Infine gli chiediamo come mai questo titolo:

« Eh, per smorzare i toni dico che semplicemente secondo me è una figata, semplice, cinque lettere e diretto. In più è una parola latina, io mi chiamo Pollio che è un nome latino, come Gaio Asinio Pollione (politico e letterato romano ndr) da cui Pollio, quindi prendo il mio cognome corto e latino, più humus, più un disegno, un po’ da enciclopedia ed il gioco è fatto, non lo modifico più.. ed eccoci qui insomma ».


Scritto da:

Andrea Nese

 

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