Il giorno tre inizia presto. Mi calo rapidissimo giù dalla collina dove ho la tenda. Come ogni anno noi alloggiamo alla worthy view che è un campeggio a parte, con i bagni con l’acqua corrente, e non i bagni chimici che puoi trovare ovunque per il resto del festival. Fatto sta che per rientrare ogni sera hai bisogno di un braccialetto speciale, diverso dagli altri partecipanti e ci sono controlli random all’ingresso e anche all’uscita, per andare all’area festival: questa mattina beccano me. Dopo una perquisa che neanche al JFK il 12 settembre 2001, accelero verso il the Park dove alle 11 mi attende Car Seat Headrest che è la vera scoperta musicale dell’anno. La sua musica è vera, la voce distorta, i suoni sporchi e così tanto rock. Come dice un mio amico ricorda i primi Strokes, quelli che a inizio anni 2000 hanno fatto innamorare del rock la generazione post-grunge e Brit-pop. Purtroppo Will Toledo e soci suonano solo una mezz’oretta davanti a un pubblico poco nutrito, a un certo punto in una pausa si rivolge a un ragazzo appoggiato alla transenna e con i piedi in una mega pozza: “tu sei qui da un’ora prima che iniziassimo a suonare, non so perché, ma sei un eroe”. Dopo il concerto lo possono intuire tutti il perché: Car Seat Headrest live è ancora meglio che su disco, è adrenalina pura, sicuramente nei prossimi anni suonerà un po’ più tardi a Glastonbury.

Nella mia personalissima line up ora è il momento di spostarsi al John Peel Stage per l’unico concerto al quale assisterò in questo palco durante tutto il weekend. Quindi non posso esimermi dal parlare di cosa rappresenta questo palco. Il John Peel è lo stage coperto più grande di Glastonbury, in una zona dove le piogge sono all’ordine del giorno è una cosa che non va sottovalutata, ma soprattutto è il palco che rappresenta le novità, la musica indipendente, l’underground; dedicato a John Peel, uno dei più famosi conduttori e dj radiofonici (e televisivi) della storia inglese, ha sempre lavorato con BBC e quindi la sua vita lavorativa si è incrociata spesso con il più grande festival inglese; nei suoi programmi ospitava band e le faceva suonare live: ci sono passati i più grandi, da David Bowie ai White Stripes, passando per i Nirvana e i Sex Pistols. Ha dedicato la vita alla musica e la musica inglese è cresciuta e cambiata con lui dagli anni 60 ad inizio anni 2000 quando ha abbandonato questa terra.

Su questo palco in suo onore vengono chiamate le novità più interessanti del panorama soprattutto inglese: negli ultimi anni su questo  palco ho visto i concerti di Drenge, Temples, Royal Blood e Slaves. Gli headliner sono comunque simboli della musica indie, quest’anno il privilegio è toccato a Sigur Ros, Jake Bugg e M83, e scusate se è poco.

Il concerto che mi vedo è quello dei Nothing but Thieves, band conosciuta dalle nostre parti per essere spesso in rotazione nella radio nazionale più rock che ci possiamo permettere. Il loro sound è un power rock liberamente ispirato dai Muse, per i quali hanno aperto anche alcune date del Drones tour. Suonano tutti i loro singoloni, il concerto dura una mezz’ora ed è nel complesso godibile.

A questo punto mi sposto sull’Other Stage dove, sbranando un ottimo hamburger di struzzo, assisto al concerto di St. Paul and the Broken Bones. Ottima band e scoperta di Glastonbury per quanto mi riguarda. Suonano un soul molto energico e grintoso e si fanno piacevolmente ascoltare per un’ora di live.

Subito dopo è il momento dei Wolf Alice che salgono sulla “piramide” intorno alle 15. Avevo visto questa band a Milano in apertura agli Alt J circa un anno e mezzo fa e non mi aveva particolarmente colpito, ma quest’anno, dopo averli ascoltati anche su nastro, ho trovato la performance molto più valida e coinvolgente; le loro sonorità sfacciatamente grunge sono proprio il mio genere d’altronde. Il loro album di debutto è stato uno dei migliori dello scorso anno. Ellie Rowsel ha una voce graffiante e intrigante e dal vivo tutta la band ha un’energia contagiosa tipica della loro età. “Moaning Lisa Smile” è bellissima, “Blush” da commozione. Quest’anno niente tuffi sul pubblico per Ellie, ma solo qualche salutino ai fan della prima fila. Comunque la band, per sonorità e anzianità forse più adatta a club, esce a testa altissima dal palco più imponente al mondo.

Si cambia di nuovo location e si va al The Park dove ad attenderci troviamo Kurt Vile ed i suoi Violators (a differenza di quanto annunciato nella line up dove era indicato come SOLO). Il ragazzo ha una sensibilità, una delicatezza, una raffinatezza sul palco che sembra non appartenere neanche a questo mondo. La scaletta è quasi esclusivamente composta da brani dei suoi ultimi due lavori in studio ma trova spazio per chiudere con la particolarissima “Freak Train”. Naturalmente “Wakin on a Pretty Day” e “Pretty Pimpin” non possono mancare. L’esperienza è psichedelica, è trascinante, è… semplicemente bella!!!!

Ora l’idea è di arrivare alla piramide per i The Last Shadow Puppets ma a metà strada, sull’Other Stage, Tom Odell con un primo ascolto ci convince a fermarci (Alex Turner e Miles Kane ci aspettano in Belgio). Avevo sentito il biondo Tom nel 2014 quando aveva solo un album all’attivo. Lo ritrovo qui due anni ed un album dopo (Wrong Crowd, uscito una quindicina di giorni prima di questo concerto e che consiglio a tutti, anche se avevo preferito il primo) ed è decisamente migliorato come performer (anche la band che lo accompagna…). La performance è fatta quasi interamente da seduto in quanto si accompagna suonando grintosamente il pianoforte, ma riesce a renderla comunque trascinante e il numerosissimo pubblico canta a squarciagola i suoi melodici ritornelli. Spunta anche il sole…

Proseguiamo la corsa interrotta precedentemente ed arriviamo al main stage per i Tame Impala dove assistiamo ad un concerto che definirei rimarchevole… Poi dato che io non voglio vivere in un mondo dove i Tame Impala aprono per Adele, non partecipo a questo scempio e mi dirigo al secondo stage del festival per il live dei New Order (naturalmente senza Peter Hook che non fa più parte del progetto). Diciamo come stanno le cose, i ragazzini hanno scelto altri lidi per chiudere la serata e non sanno cosa si sono persi. La voce di Bernard Summer è ancora nitida e piacevole, i synth sono più di moda oggi rispetto a quando hanno iniziato a suonare, tutto l’Other Stage balla ed è bellissimo. Chiudono la performance con la doppietta “Blue Monday” – “Temptation”. Poi però decidono di ricordarci chi erano… sullo schermo appare la scritta Forever Joy Division ed in sequenza una foto di Ian Curtis e parte “Love Will Tear Us Apart”: cantarla in mezzo a migliaia di inglesi è un’emozione che porterò con me per molto tempo.

La serata si conclude nuovamente al The Park, dove è in atto un tributo a David Bowie, ma una sinfonia sulle basi di Heroes con giochi di luci è troppo complicata per essere compresa dopo 12 ore di musica e dopo dieci minuti riprendiamo la scalata per la nostra collinetta.


 

TOP CONCERT

Kevin Parker ha recentemente dichiarato di essere stato costretto a googleare per ricordarsi cosa fosse successo a Glastonbury (non ci interessa il motivo…) e non faccio fatica a crederlo: la musica dei Tame Impala è geniale, psichedelica, ti trasporta in un altro tempo e in un altro spazio; la voce di Kevin Parker è ipnotica. Pilton se ne accorge ed un arcobaleno mai visto sovrasta il cielo. Kevin Parker è emozionato, quasi imbarazzato, perché si rende conto che la band underground, di nicchia, che fa musica differente da tutti, è arrivata.

Il gruppo australiano ha conquistato il mondo, l’esame Glastonbury è superato a pieni voti: le loro sonorità così uniche reggono il confronto con una folla oceanica che balla e canta sulle loro surreali melodie; tra il sogno e la realtà, a metà concerto, arriva “Elephant” che ti dà un pugno in faccia e ti rendi conto che è tutto vero… Lonerism è l’album che li ha fatti conoscere, Currents quello che li ha consacrati e la scaletta comprende per la quasi totalità brani tratti da questi due piccoli capolavori, ma è il Currents tour e la chiusura spetta a “ New Person, Same Old Mistakes”: quanto è generalmente vero…

Continua a leggere #day 4.


Scritto da:

Matteo Mantelli

Load More Related Articles
  • Brand New: Six Impossible Things

    I Six Impossible Things sono Nicole e Lorenzo e suonano insieme dal 2014. Il duo in brevis…
  • Brand New: BNQT

    I BNQT (ovvero “Banquet”) sono un supergruppo “indie”. La band nasce da un’idea di Eric Pu…
  • Brand New: Adam Kills Eve

    Gli Adam Kills Eve sono una band di Firenze che dal 2006 mescola sonorità screamo/rock e p…
Load More By rayradio
Load More In Live

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *