Il venerdì mattina è il momento dell’Other Stage.

Alle ore 11 è previsto il secret set che fa da calcio d’inizio per l’intero festival. Negli anni passati tale onore era toccato a Beady Eye, Kaiser Chiefs e Charlatans. Ma quest’anno le tradizioni cambiano: i James si autoannunciano come opener del secondo palco di Glastonbury,  gli organizzatori li inseriscono in tale spot nella line-up ufficiale ed io mi dirigo verso la piramide. Qui, ad aprire le danze è prevista la performance della The Orchestra of Syrian Musicians con Damon Albarn and friends. L’aver speso il nome di uno degli eroi dell’epopea Britpop ha pesato non poco sulla mia scelta.

Verso le ore 11 Damon, con coppola in testa, fa il suo ingresso sul palco, da veterano di Glastonbury  (se lo può permettere, visto che su questo palcoscenico ha già recitato da protagonista, con un po’ meno luce, due volte con i Blur ed una con i Gorillaz): “it’s not raining, it’s a miracle!!!” (anche se l’affermazione non riuscirà a confermarsi veritiera neppure per 45 minuti). Ma poi i toni cambiano… E’ la giornata di una delle decisioni politiche più controverse degli ultimi anni. Il giorno precedente il Regno Unito è stato chiamato a votare e la decisione è stata BREXIT. Damon scuro in volto dice: “Oggi la democrazia ha fallito. Ma da lunedì ognuno di noi può fare qualcosa per cambiare le cose”. E’ il primo attacco del Festival a questa sentenza, non sarà l’ultimo, né tra i performer, né tra il pubblico, fatto di ragazzi che non ricordano un mondo fatto di barriere, fratelli della persona che hanno a fianco a prescindere dalla nazionalità.

Si parte con la musica. Damon lascia spazio all’orchestra della Siria; per chi si aspetta versioni riarrangiate di pezzi dei Blur (come il sottoscritto) è una delusione. Gli artisti che si susseguono sul palco sono di caratura assoluta, ma le sonorità “orientaleggianti” che vengono proposte non sono l’ideale per infiammare il pubblico presente alle 11 di mattina,  che infatti ha l’unico sussulto quando l’eroe di casa torna per regalarci una bellissima versione di “Out of time”. I Friends prima menzionati sono due rapper di cui ignoro il nome e che di fatto non c’entrano nulla con il resto  dell’esibizione, ma almeno fanno un po’ di casino.

Spostandomi verso l’ Other Stage per il concerto dei Blossoms mi interrogo sulla bontà della mia scelta, forse i James avrebbero fatto uno spettacolo più energico e più in linea con i miei gusti. Arrivato in prossimità del palco mi rendo conto che i dubbi che ho stanno per essere spazzati via perché, non so per quale caso fortuito, sotto il grigio cielo di Glastonbury risplende ancora la nuca pelata di Tim Booth, non vengo a conoscenza del motivo del ritardo, e neanche mi importa più di tanto, ma mi vedo ancora una trentina di minuti buoni di una delle band apripista dell’amato Britpop. Una sconfinata folla assiste allo spettacolo ed io mi accodo a loro. Il gruppo, a più di 30 anni dalla nascita, è ancora in forma e “Laid” cantata all’unisono con il pubblico chiude il loro set.

GLASTONBURY è ufficialmente iniziato.

Dopo un rapido pranzo è il momento dei Blossoms. La giovane band inglese ha rilasciato il proprio omonimo debut album in questo 2016 e a mio avviso è un disco particolarmente riuscito. Possiamo considerarlo un indie-pop con melodie mai banali che a tratti ricorda i Tame Impala. Live, soprattutto in Inghilterra, hanno già un nutrito seguito e la relativa scarsa esperienza non si nota per nulla neanche in un palcoscenico così importante.

I Two Door Cinema Club prima di andare in tour a supporto della loro terza fatica discografica, la cui uscita è prevista per il prossimo 14 ottobre, hanno passato l’estate in giro per festival e naturalmente non poteva mancare la tappa a Pilton. Verso le 16, sotto una pioggia torrenziale, i ragazzi irlandesi si fanno annunciare da “Kernkraft 400” di Zombie Nation (colpo particolarmente apprezzato dal sottoscritto) ed entrano sul palco. Durante il live trovano spazio il singolo appena uscito per presentare il nuovo album e la title track dello stesso, “Gameshow”. I synth sono ancora parte integrante delle loro sonorità e, con la pioggia che nel frattempo ci ha dato tregua, dopo un’ora di concerto, i TDCC ci salutano con “What you know”, perla del primo LP.

Devo essere sincero, questo new folk, dai Mumford in giù, non è riuscito a prendermi il cuore, però mi reco sull’Other Stage per vedere i Lumineers. Il live è assolutamente godibile e divertente. Loro suonano bene e sono coinvolgenti, si giocano subito le più famose “Ophelia” e “Ho Hey” per accattivarsi la folla sin dal principio, propongono anche una cover del maestro Bob Dylan, “Stubborn Love”, che chiude il live, è una canzone di assoluto livello, ma io rimango della mia idea. Abbozzano anche una “Have you ever seen the rain”, easy play a Glasto, risultato pessimo, appare il sole.

Ora si torna sul Pyramid stage per la tripletta che chiuderà il nostro venerdì sera. Si parte con i barbuti mostri sacri degli ZZ TOP. Si presentano carichissimi e con il loro southern rock conquistano il venerdì pomeriggio. Tra i loro classici come “Sharp Dressed Man” e “La Grange”, trovano spazio per coverizzare Jimi Hendrix (perché qualcuno in fondo se lo può permettere…) e “Foxy Lady” diventa uno degli highlight di questa giornata a Glasto.

Dopo un minimo di pausa che ci consente di conquistare il Pit arrivano i Foals. Ci suonano tredici pezzi. Noi ringraziamo e siamo pronti per Matt Bellamy e soci.

I Muse nel 2016 sono per la terza volta headliner e diventano i primi ad aver suonato per ultimi in ciascuno dei tre giorni del festival in quanto avevano suonato di sabato nel 2010 ed avevano avuto l’onore di chiudere il festival nel 2004. La band si presenta a Pilton nell’ambito del “Drones Tour”, passato anche dalle nostre parti, prendendo in affitto per una settimana abbondante il Forum di Assago; i droni, protagonisti almeno quanto la band nel loro tour, vengono lasciati a dormire e, a parte qualche fuoco d’artificio ormai molto in voga in festival di questa portata, viene dato spazio alla musica. Ok… non sono più quelli degli inizi, l’ultimo album può non piacere, così come “The 2nd Law” può aver fatto storcere il naso a più di un fan e non, però dal vivo non si discutono. La scaletta è naturalmente costellata di brani di “Drones” però non mancano i classici, Matt, come ormai d’ordinanza, rende omaggio a grandi band prendendo in prestito i loro riffs (RATM e AC/DC tra gli altri) e 100.000 persone che saltano e cantano “Knights of Cydonia” per chiudere la serata è un brivido che corre lungo la schiena.

“You and I must fight for our rights”. “You and I must fight to survive”.


TOP CONCERT

Il concerto più significativo di venerdì è stato quello dei Foals. I ragazzi di Oxford si sono conquistati l’Inghilterra con soli quattro album, gli organizzatori di Reading e Leeds hanno consacrato il loro status di headliner, annunciandoli nel main spot di quest’anno già a gennaio. A Glasto si accontentano di aprire per i Muse, ma come spesso qui accade, i sub-headliner sono talmente grandi (nel recente passato in questo slot ho visto Black Keys e Jack White tanto per citarne due a caso…) che co-headliner sarebbe forse più coretto.

Seguiamo il concerto dal Pit (non è a pagamento; a differenza di altri festival, soprattutto di oltreoceano, gli organizzatori non hanno deciso di lucrare creando biglietti VIP) dove conosciamo altri fan, ci gemelliamo con Alan, tifoso dell’Arsenal, e i suoi compagni (un po’ più bevuti di noi), decidiamo che nonostante il referendum, almeno per oggi, siamo ancora amici; cantiamo, poghiamo e gioiamo insieme per la successiva ora e un quarto.

Per chi non li ha mai visti, i Foals live sono pura energia trainati dalla leadership di Yannis Phillippakis. La setlist è di fatto un greatest hits della loro carriera fino ad ora, e non potrebbe essere altrimenti visto il palcoscenico; il pubblico è partecipe per tutto il live ma è sul finale, con “Inhaler” e “What Went Down”, che ci si scatena; si creano cerchi nelle prime file, io sbatto contro un ragazzo con una bottiglia di coca cola in mano, mi rovescia il contenuto addosso e dopo essermi annusato gli chiedo: “what are you drinking man?”, lui sorride , mi chiede “sorry” e me lo offre; io ho sentito solo odore di rum però gentilmente declino e continuo a saltare. I cinque sono ormai in trance agonistica, come noi, su “Two Steps, Twice” salta l’impianto audio, loro non se ne accorgono e continuano a suonare, l’impianto si riprende e loro chiudono alla grande.

Continua a leggere #day 3.


Scritto da:

Matteo Mantelli

Load More Related Articles
  • Brand New: Six Impossible Things

    I Six Impossible Things sono Nicole e Lorenzo e suonano insieme dal 2014. Il duo in brevis…
  • Brand New: BNQT

    I BNQT (ovvero “Banquet”) sono un supergruppo “indie”. La band nasce da un’idea di Eric Pu…
  • Brand New: Adam Kills Eve

    Gli Adam Kills Eve sono una band di Firenze che dal 2006 mescola sonorità screamo/rock e p…
Load More By rayradio
Load More In Live

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *