Stiamo arrivando alla fine della nostra avventura: la domenica a Glasto.

Le fatiche e il fango iniziano a farsi sentire e nell’immensa line-up non trovo nessuno che mi convinca a schiodarmi dalla mia tenda prima delle 14, quando mi reco al The Park per il concerto delle Hinds. Le paladine dell’indie rock targato Spagna si presentano come 4 di noi: “Adesso ci vedete pulite, ma siamo state in mezzo a voi per tre giorni, siamo tutte cadute in mezzo al fango. Ci siamo fatte una doccia giusto per essere presentabili per salire sul palco”. Le sonorità, a tratti punk e a tratti più melodici ci intrattengono per circa 45 minuti. 4 ragazze che fanno indie rock in Spagna: quante possibilità c’erano di arrivare a Glastonbury???? Ed esprimono la loro gioia e la loro energia per tutto il live. Che bella è la “musica”????

Dopo di loro è il momento di Nathaniel Rateliff & the Night Sweats e della pioggia… e portano le loro barbe ed il loro soul/folk al The Park. La loro “S.O.B.” (niente conversione dell’acronimo…) trascina la folla ed è il momento più alto della performance.

In un clima che definire autunnale sarebbe eufemistico, anche se il calendario è appena entrato in qualcosa che siamo abituati a chiamare estate, cerco riparo sotto un gazebo dove pranzo e, in linea con il buon “Natalino” mi ascolto Kwabs. Il giovane senegalese, ancora a inizio carriera, dimostra una maturità impressionante ed il suo soul con chiare influenze elettroniche è fresco e nuovo. Non è il mio genere ma comunque il talento si vede. “Walk” l’abbiamo ascoltata tutti in fondo…

Il tempo inizia a migliorare e ci spostiamo sull’Other Stage per assistere alla performance di Catfish and the Bottlemen, una delle band inglesi più interessanti uscite nell’ultimo biennio.

A questo punto ci apprestiamo a vivere il fine festival spostandoci alla piramide. Il sub-headliner è Beck: una certezza. Uno degli artisti più rilevanti della scena musicale degli anni ’90 è ancora in grado di incantare, sia producendo nuova musica come il delicatissimo “Morning Phase” datato 2014, sia suonando live i pezzi che l’hanno consacrato. Non arriviamo in tempo per “Loser” posizionata ad inizio scaletta ma l’escalation finale con “Girl”, “Sexx Laws” (ve lo ricordate Jack Black nel video…) e “E-Pro” non ce la perdiamo. A questo punto il figlio di Los Angeles esce dal palco, rientra poco dopo quando omaggia David Bowie (con China Girl) e Prince (con 1999) e chiude con “Where it’s at” e “One Foot in the Grave”.

E’ il momento del gran finale. Michael Eavis per l’headliner della domenica vuole andare sul sicuro e quest’anno l’invidiato compito tocca, per la quarta volta (mai nessuno come loro), ai Coldplay. Io sono un grandissimo fan dei loro primi lavori, “Parachutes” e “A Rush of Blood to the Head” li considero due capolavori e due pietre miliari della mia giovinezza; poi il declino fino al punto di non ritorno “Mylo Xyloto”. Erano probabilmente l’unica band attualmente in attività con cui sono cresciuto e che volessi vedere. Li vedo a Glasto, probabilmente sarà la loro ultima volta e chiuderanno con un greatest hits; niente di più sbagliato: inizia “A Head Full of Dreams” e braccialetti distribuiti alla folla (non ho neanche visto dove li davano…) cominciano ad illuminarsi a tempo di musica. Tre sussulti quando partono “Yellow”, “Clocks” e “The Scientist”, così diverse dal resto delle canzoni da sembrare cover; un omaggio emozionante ai The Viola Beach prematuramente scomparsi in un incidente automobilistico in Svezia nel febbraio di quest’anno: le immagini dei quattro ragazzi che suonano la loro “Boys That Sing” scorrono sui maxi-schermi fino a fondersi con i Coldplay che si uniscono a loro; un bellissimo tributo ai Bee Gees con Barry Gibb che sale sul palco per cantare “To Love Somebody” e “Stayin’ Alive”; un siparietto carino con Chris Martin che suona al pianoforte una versione di “My Way” accompagnato alla voce da un emozionato Michael Eavis.

Il resto è per la maggior parte Coldplay post 2005, in chiusura ti aspetti almeno “In My Place” e invece parte “Up & Up”.

L’ubriaco vicino a me si gira e mi urla: “The best concert I’ve ever seen!!!”, il singhiozzante ventenne nostalgico che ha preso possesso di me in quel momento avrebbe di che ridire, ma col broncio, senza pronunciar verbo, si dirige verso la tenda e verso la successiva avventura: Rock Werchter, we’re coming!!!!


TOP CONCERT

Catfish e i suoi Bottlemen sono ormai una certezza nel panorama indie inglese anche se con solo due album all’attivo, di cui il secondo finito dritto alla posizione 1 dell’album chart in UK un mesetto prima della loro apparizione a Glastonbury.

Van McCann ha la sfrontatezza tipica dei frontman inglesi dal Britpop in poi, i due album sono due piccole gemme in un oceano di mediocrità. Alle 18.20 all’other stage inizia il loro live che è solido e canzoni come “Kathleen” e “7” sono fatte per essere cantate ad un festival. La voglia di trovare i nuovi Oasis o i nuovi Arctic Monkeys è grande in Inghilterra, in alcuni pezzi li possono ricordare, ma non siamo ancora a quei livelli; però il concerto senza encore di circa un’ora ci lascia con una consapevolezza: il futuro è loro.


Scritto da:

Matteo Mantelli

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