“Non ho dubbi sul fatto che Glastonbury sia il piu’ grande festival al mondo.

Mi sembra strano chiamarlo festival. E’ molto di più.” 

Sono le parole pronunciate da Kevin Parker durante un live dei suoi Tame Impala.

Chiunque ci sia stato non può far altro che sottoscrivere e rilanciare con i propri aneddoti, anche se io non ho mai visto dalla piramide decine di migliaia di persone cantare una mia canzone. Glastonbury è un’esperienza mistica, spirituale, che va oltre la musica. Così mistica che partendo col coach da Londra si passa davanti a Stonehenge, uno dei luoghi più misteriosi al mondo (e lo Stone Circle nel suo piccolo lo ricorda ed a proposito di spiritualità, nel 2015 il Dalai Lama vi ha tenuto un discorso di incoraggiamento per la gioventù). La definirei quasi religiosa, perché soltanto un credente nel rock può sopportare il fango, il freddo, la fatica, il sudore per assistere a un concerto nella cornice più magica al mondo. Quest’anno ancor di più, perché alcuni “Dèi” hanno abbandonato il loro corpo terreno, lasciando la loro indelebile eredità a noi seguaci, e non esiste posto migliore e più adeguato per omaggiarli. La piramide era il santuario di David Bowie con il suo simbolo ben visibile in cima al palco e spezzoni audio del suo strepitoso headline set del 2000 come intermezzo tra le varie performance. Lo stesso è stato fatto per Lemmy Kilmister sull’Other Stage con le note del concerto dell’anno precedente tenuto con i Motorhead. Gli organizzatori del festival hanno accarezzato per decenni l’idea di avere Prince a Pilton, sogno quasi diventato realtà nel 2015, poi all’ultimo è saltato tutto e gli Who hanno degnamente chiuso la scorsa edizione, e ora destinato a rimanere tale. Non sono mancate le testimonianze d’affetto nemmeno per il folletto di Minneapolis, tra cui va ricordato un dj set organizzato dagli Hot chip.

Glastonbury Festival of contemporary performing arts è una cinque giorni di musica, arte, coesione e fratellanza che si tiene ogni anno a Pilton nella piena campagna del Somerset l’ultimo weekend di giugno. Quest’anno si è tenuto tra il 22 e il 26 di giugno.

E’ il festival dove tutti gli artisti vogliono suonare e tutti i rockers vogliono andare. L’anno scorso la sacerdotessa del rock Patti Smith, che in una carriera più che quarantennale qualche venue deve averla calcata, quasi commossa dichiara il suo amore a Glastonbury dicendo che in mesi di tour era quello il concerto che stava aspettando e, dispiaciuta per la voce che la stava abbandonando, avrebbe dato tutto comunque (anche qualcosa di più a conti fatti…).

I biglietti vanno esauriti ogni anno ad ottobre in tempi inferiori ad una puntata de “Il Trono di Spade”, senza avere neanche il minimo indizio su chi possa formare la line-up (anche questo lo assocerei al concetto di fede…) e nonostante un sistema di ticketing identificativo (nome e foto stampati sul biglietto) con registrazioni che rende pressochè impossibile il bagarinaggio tanto comune dalle nostre parti. Seguono centinaia di messaggi di bestemmie su ogni social conosciuto dall’uomo da parte di coloro che non sono riusciti ad accaparrarseli, perché le registrazioni superano il milione ed i biglietti venduti sono meno di un quinto di tale cifra. Il diritto di partecipare viene bloccato pagando un acconto pari a 50 sterline fino alla prima settimana di aprile quando viene di solito annunciata la line up e viene chiesto di saldare il conto (il prezzo complessivo per l’evento di quest’anno era 228 pounds, comprensivo del diritto di campeggiare per tutta la durata del festival). A questo punto siete di fronte a un bivio: pagare il saldo oppure farvi trattenere una penale del 50% sull’acconto e guardare qualche diretta streaming sulla BBC. La settimana successiva i biglietti dei pochi folli che hanno rinunciato vengono rimessi in vendita con lo stesso meccanismo e non serve che vi dica che in questo caso non fareste in tempo a vedere un episodio di “The Big Bang Theory” prima che Emily Eavis annunci l’ennesimo sold out sul suo profilo Twitter.

La folla è la più variegata possibile, per provenienza (noi che abbiamo fatto tappa a Bristol che è l’aeroporto più vicino, possiamo affermare con assoluta certezza di non essere stati gli unici non inglesi ad avere l’intuizione di partecipare), età (dai bambini trainati in carretti dai genitori, ai 70enni con la maglia di Glastonbury 96), ideologie, ma accomunati tutti dalla voglia di vivere un’esperienza unica ed irripetibile.

Il primo e il secondo giorno possono essere considerati di warm up anche se comunque la musica e gli eventi non mancano. A partire dal venerdì gli artisti principali iniziano a riempire tutti i main stages e Glastonbury entra nel vivo.

Continua a leggere #day 1.


Scritto da:

Matteo Mantelli

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